martedì 30 luglio 2013

Si può prevedere il futuro?

Si può prevedere il futuro? 

Pubblicato da 
 studieriflessioni

Questo è il titolo di uno studio pubblicato su "Le Scienze" di giugno 2013. Già in copertina troviamo i seguenti titoli: "Dossier- La scienza delle previsioni- Dall'economia ai terremoti, dagli uragani alle epidemie, prospettive e limiti delle nostre capacità di prevedere scenari futuri". [Errata corrige: il dossier è intitolato "La scienza delle previsioni", mentre è il primo studio del dossier a essere intitolato "Si può prevedere il futuro?". Nella fretta e nella selva dei titoli e sottotitoli l'autore di questo blog si è un pò perso. Ed è un vero peccato perché così si è perso anche quello che poteva essere un efficace controtitolo ad effetto per questo post e cioè L'impossibile scienza delle previsioni].

A dire il vero, la difficoltà reale consiste nella previsione deterministica di eventi singoli in momenti precisi e determinabili, non tanto la previsione statistica di eventi complessivi in momenti imprecisabili. Chi segue questo blog sa che l'autore attribuisce i singoli eventi alla sfera del caso e gli eventi complessivi (collettivi) alla sfera della necessità: i primi soggetti allaincerta probabilità, i secondi soggetti alla certa frequenza statistica.

Ora, ciò che possiamo trovare in questo dossier di "Le Scienze" è una prima ammissione della differenza tra le previsioni impossibili dei fenomeni singoli e le previsioni possibili dei fenomeni collettivi. Da questa ammissione, naturalmente, non si può certo inferire che gli autori del dossier abbiano concepito o siano sul punto di concepire la dialettica caso-necessità. Ma, come vedremo, i cosiddetti pratici, ossia gli scienziati che si occupano di quei campi ai quali sono richieste risposte scientifiche pratiche, risolutive dei problemi umani, hanno maggiori possibilità di comprendere le leggi della dialettica caso-necessità, rispetto ai teorici puri della matematica o della fisica teorica.


Per mostrare in che modo questo possa avvenire, ma anche quali ostacoli teorici del passato e del presente continuino a rendere difficile la totaleconsapevolezza della dialettica caso-necessità, posteremo alcuni contributi critici su questo dossier, cominciando dalla previsione delle malattie. Sub "Prevedere le malattie" di Paolo Vineis, possiamo subito osservare che il sottotitolo imposta la questione in modo abbastanza corretto:"Prevedere in modo affidabile l'insorgere di alcune malattie è possibile ma a livello di popolazione, a livello individuale questo non è sempre possibile".

L'osservazione di cui sopra è una tipica induzione empirica che, per chi scrive, rappresenta una conferma del caso relativo ai singoli individui e della conseguente necessità complessiva. Anche all'inizio dell'articolo Vineis ribadisce: "Il problema di fondo dell'epidemiologia, cioè dello studio sistematico delle distribuzioni della malattie e delle loro cause, è che le previsioni sono valide (quando lo sono) soprattutto a livello collettivo, ma difficilmente a livello individuale. Le malattie non rispondono a leggi semplici e deterministiche, ma hanno un ruolo decisivo la suscettibilità individuale e altri fattori aleatori. A livello delle popolazioni, però, la previsione è ragionevolmente affidabile, almeno per fenomeni stabili come le malattie "non comunicabili", tra cui il cancro, su cui si basano molti degli esempi che seguono".

Occorre chiarire subito che la malattia, in se stessa, riguarda strettamente l'individuo e ovviamente la sua "suscettibilità" alla medesima, ma la scienza non è in grado di definire in altro modo la malattia individuale che appellandosi a "fattori aleatori", ovvero imprevedibili. La conclusione da trarre è, quindi, che l'imprevedibilità deriva dal caso. E qui troviamo una prima reticenza sul riconoscimento del ruolo del caso individuale e sul suo rapporto con la necessità collettiva. E' l'ossimoro "fattori aleatori" che conferma la reticenza degli scienziati posti di fronte a evidenze empiriche aleatorie, ossia casuali. Infatti, se fosse un fattore dovrebbe essere sotto la giurisdizione del rapporto deterministico di causa-effetto, se invece è qualcosa di aleatorio, allora appartiene alla sfera del casoconnessa alla necessità solo come opposto dialettico.

Chiunque abbia acquistato "Le scienze" di questo giugno può partire dal contributo di Paolo Vineis, per comprendere le ragioni oggettive della imprevedibilità di eventi singoli, individuali: imprevedibilità che non dipende dalla inettitudine degli scienziati empirici, ma dalle oggettive manifestazioni naturali. In questo modo potrà anche seguire la critica dell'autore di questo blog, mediante la quale sarà resa ancora più chiara la sua "dialettica caso-necessità" che sta alla base dei processi naturali. 

Riprendiamo il discorso partendo dall'articolo introduttivo scritto da Fabio Cecconi, Massimo Cencini e Francesco Sylos Labini. Il punto di partenza del dossier, sulla previsione del futuro, è rappresentato dalle seguenti domande: "In che modo sono declinati i metodi e i concetti usati per capire come si svilupperà un certo fenomeno in diversi contesti scientifici, quali meteorologia, fisica, geologia ed epidemologia? In che modo le conoscenze scientifiche si traducono in previsioni utili alle politiche di intervento? Quali sono i limiti di queste previsioni?" E' proprio per rispondere a queste domande che è stato organizzato un convegno, dal quale sono stati tratti i vari contributi per il dossier pubblicato su "Le Scienze".

Fin dall'inizio ciò che non appare chiara è la consapevolezza che le previsioni per essere "utili alle politiche di intervento" devono riguardare singoli eventi, che sono, invece, sotto la giurisdizione del caso. Al posto di questa premessa certa, che non viene mai affermata una volta per tutte, compare ogni tanto la considerazione dell'aleatorietà o stocasticità che rende imprevedibile il futuro, ma compare soprattutto il continuo appello alla incertezza, alla caoticità, ecc. della previsione.


E quando, finalmente, si affronta la questione vera, quella del determinismo che si scontra con la probabilità, ci si appella a situazioni di impossibilità che sarebbero specifiche dei fenomeni considerati. Ad esempio, riguardo ai terremoti, essi dipenderebbero "da condizioni di stress che si verificano fino a chilometri sotto la crosta terrestre, inaccessibili a misurazioni sistemiche". Ma, sui terremoti la conoscenza e anche il monitoraggio sono vasti. Ciò che, invece, risulta impossibile è rendere ragione di quella manciata di secondi o minuti di stress che mettono sottosopra una regione abitata, prendendola di sorpresa creando morti, feriti e panico.

Ed è per queste situazioni che, invece di chiarire il rapporto esistente tra il  singolo casuale e il complesso necessario, si continua a pretendere di rispondere a domande come la seguente: "Una domanda più complessa riguarda la capacità di prevedere fenomeni regolati non da leggi deterministiche, ma piuttosto da leggi probabilistiche. In questo caso un ruolo importante è svolto dalle tecniche di previsioni statistica, correntemente usate per prevedere, per esempio, il diffondersi di malattie epidemiche, la formazione di opinioni nella società o il suo sviluppo economico".

Ma la statistica, ribadiamo, è una forma di conoscenza applicata ai complessi, alle collettività; tutto l'opposto, ad esempio, della previsione della singola scossa tellurica, che non è soggetta alla statistica complessiva ma alla probabilità singola. E quanto si sia ancora lontani dall'avere compreso la differenza tra probabilitàfrequenza statistica e determinazione di causa-effetto lo conferma la seguente osservazione degli autori di questa introduzione (che ribadisce anche il solito errore): "L'analisi di serie storiche e l'inferenza statistica basata sul calcolo delle probabilità sono i due strumenti principali di questo tipo di tecniche predittive, che però da sole non bastano. Gli studi statistici sono molto efficaci nello stabilire correlazioni tra eventi ma, nella maggior parte dei casi non permettono la determinazione di relazioni causali, conoscenza indispensabile per la politica di intervento".

Relazioni causali?! C'è da mettersi le mani nei capelli! In questo genere di spiegazioni non si rende ragione della reale difficoltà della previsione. Innanzi tutto, perché non si chiarisce subito che la previsione riguarda eventi singoli che appartengono alla sfera del caso e dunque al calcolo delle probabilità, il quale stabilisce soltanto possibilità e nessuna certezza? E ancora, perché ci si dimentica di assicurare che il calcolo statistico parte sì dalle probabilità ma giunge sempre a dati di frequenze che riguardano complessi, collettività di eventi? Infine, perché si compie l'errore madornale di cercare relazione tra inesistenti cause e il quadro statistico rilevato? Dove c'è una statistica non ci può essere una causa: tra il rapporto probabilità-statistica e il rapporto causa-effetto c'è una differenza abissale!

La conseguenza paradossale è che gli autori, dopo aver confermato come proprio un simile errore di teoria della conoscenza, giungano alla seguente falsa conclusione: "Dalla nostra discussione emerge che anche un insieme ben consolidato di conoscenze scientifiche inevitabilmente non si traduce in previsioni prive di incertezza, nella migliore delle ipotesi per i limiti di natura intrinseca ai fenomeni di interesse. Questi limiti non sono sempre compresi o correttamente trasmessi a chi deve tramutare le previsioni in decisioni o protocolli di sicurezza per le popolazioni".

C'è forse bisogno di insistere su questo paradosso che conferma la più colossale delle incomprensioni? La più precisa e perfetta delle conoscenze dei processi naturali è la conoscenza della necessità dei complessi di eventi, mentre i singoli eventi sono inconoscibili e imprevedibili perché soggetti al caso. Se questa verità certa viene taciuta ai pratici, che dovrebbero stabilire protocolli di sicurezza applicabili a collettività di cittadini (per non creare panico e non disturbare inutilmente le loro abitudini), come si può pretendere che non sorgano incomprensioni?

Il fatto è che si preferisce la solita bagarre, il solito rinfaccio reciproco piuttosto che affermare una verità che toglie fondamento a un principio tanto caro non solo alla scienza più tradizionale ma anche ai poteri d'ogni tempo, etici, religiosi e politici: il determinismo. Quel determinismo che se l'attività pratica dell'uomo, la produzione tecnologica, conferma pienamente, quando viene applicato ai processi naturali delude ogni aspettativa umana!*

* A questo proposito, vedere i post sulla critica alla riproposizione del determinismo da parte di Paola Dessì.



lunedì 22 luglio 2013

L'origine della nuova teoria della conoscenza fondata sulla dialettica caso-necessità

"L'arte di operare con dei concetti non è innata e neppure acquisita con la coscienza comune di tutti i giorni, ma richiede invece un pensiero reale e questo pensiero ha una lunga storia sperimentale, né più né meno dell'indagine naturalistica sperimentale. Appunto imparando a far propri i risultati dello sviluppo della filosofia durante venticinque secoli, essa si libererà da un lato da ogni filosofia della natura che stia a parte e al di fuori e al di sopra di essa, ma anche, d'altro lato, dal suo proprio metodo limitato di pensare, ereditato dall'empirismo inglese" (F. Engels, seconda prefazione all' Anti-Dühring).

L'origine della nuova teoria della conoscenza fondata sulla dialettica caso-necessità

Pietro De Michelis
studieriflessioni



Vicende personali imprevedibili e contingenti orientarono l'interesse dell'autore di questo blog nella direzione del rapporto caso-necessità fin dal 1983, ma inizialmente senza risultati degni di nota. Anche l'approfondimento della "Dialettica della natura", nella quale Engels aveva posto il problema del rovesciamento del caso nella necessità, se era riuscito a indicare una strada, non mostrava però né l'ingresso né alcuna via d'uscita. Finché, in una calda giornata estiva del 1985, un'improvvisa intuizione: i singoli elementi di un complesso vanno posti nella sfera del caso, mentre i complessiappartengono alla sfera della necessità. In sostanza, i singoli elementi di un complesso, in quanto tali, sono sempre soggetti al caso, caso che si rovescia nel suo opposto dialettico: la necessità del complesso stesso. 
L'intuizione fu il risultato di un confronto tra due esempi empirici: il traffico su strada dell'epoca contemporanea (suggerito dall'esodo estivo) e le battaglie della prima guerra mondiale (suggerite da letture storiche di quel periodo). Nel primo esempio, il singolo incidente mortale può essere concepito come effettivamente casuale, mentre se consideriamo il complesso del traffico automobilistico, troviamo frequenze statistiche effettivamente necessarie, perché rendono conto della regolarità e della costanza degli incidenti mortali nel loro insieme.

Nel secondo esempio, le lunghe battaglie della durata di mesi evidenziavano una statistica di elevata mortalità complessiva, all'incirca di frequenza 1/2. Quindi la cieca necessità era facilmente riconoscibile come statistica complessiva, sebbene il singolo fante fosse abbandonato ai capricci del caso secondo la probabilità 1/2. Insomma, la probabilità in se stessa non garantisce nulla all'individuo, e la sorte del singolo rimane imprevedibile, mentre la frequenza stabilisce la certezza del risultato. Nel nostro esempio, facile stabilire che su un milione di fanti, cinquecentomila sarebbero morti, ma impossibile stabilire a chi sarebbe toccato morire.

A questa prima intuizione che collegava il caso con il singolo e con la probabilità, e la necessità con il complesso e la frequenza, ne seguì un'altra: i grandi numeri delle singole possibilità casuali si rovesciano nella realtà necessaria che rappresenta l'oggetto complessivo, l'unico accessibile alla reale conoscenza. Ne derivarono come conseguenza due serie di concetti tra loro omogenei: la prima serie appartenente alla sfera del caso, la seconda appartenente alla sfera della necessità:

I) caso, singolo, probabilità, possibilità
II) necessità, complesso, frequenza, realtà.

Ecco dunque come il caso si rovescia in necessità: può farlo perché esistono altre polarità dialettiche che, per così dire, glielo permettono. Allora è il caso relativo ai numerosi singoli elementi, soggetti alla probabilità, che si rovescia nella necessità del complesso, soggetto alla frequenza statistica. E in tal senso possiamo essere certi del passaggio dalla possibilità alla realtà. Questa, in sostanza, fu l'intuizione di una calda giornata d'estate, intuizione che avrebbe potuto essere messa alla prova, in tempi relativamente brevi, in economia e soprattutto nella storia politica e militare, discipline nelle quali l'autore aveva una certa dimestichezza.

Ma un'ultima intuizione, quella di trovarsi di fronte a una difficile questione di teoria della conoscenza, appartenente alla storia del pensiero umano, per qualche motivo trascurata, messa da parte e perciò mai risolta, suggerì di prendere un'altra strada molto più lunga e faticosa: cercare nella teoria della conoscenza, a partire dall'antico pensiero greco, se e in quale misura la questione del rapporto caso-necessità si fosse presentata e quali risposte avesse avute, se le avesse avute. Un'analoga ricerca era inoltre necessaria nelle scienze naturali, almeno a partire da Galileo per la fisica e da Darwin per la biologia.

Limitandoci sobriamente ai fatti: otto furono gli anni (1985-1992) necessari per porre le basi di un progetto di approfondimento decennale (1993-2002) che terminò con la stesura di tre volumi (teoria della conoscenza, fisica, biologia). Nel primo periodo, l'autore pazientemente studiò per apprendere i linguaggi specifici, gli argomenti e le difficili questioni (ma anche le più diverse banalità e assurdità) della storia della filosofia e delle scienze naturali. Poi, con uno sforzo raddoppiato, dopo altri quattro anni di studio, nel 1996, erano già pronte le tesi generali che riassumevano la logica dialettica caso-necessità, sviluppata nella teoria della conoscenza riguardo alla evoluzione della materia nel cosmo e alla evoluzione della vita terrestre, fino all'origine dell'uomo e della coscienza.

Queste tesi servirono sia a fare il punto dei risultati raggiunti, sia per tracciare gli ulteriori approfondimenti per i sei anni successivi (1997-2002), anni in cui molte sono state le difficili questioni risolte e molti i punti fermi stabiliti nei tre volumi, dai quali è tratta una parte degli scritti di questo blog.

Poiché gli approfondimenti successivi non hanno scalfito le considerazioni generali esposte nelle tesi del 1996, le quali perciò restano tuttora valide, l'autore ritiene sia giunto il momento di pubblicarle nel suo blog: blog che ha già fatto la sua parte con decine di scritti che permettono di farsi un'idea sull'importanza della nuova teoria della conoscenza fondata sulla dialettica caso-necessità.

Tesi di teoria della conoscenza sulla evoluzione della materia 

I] Punto di partenza della teoria della conoscenza: la determinazione del reale rapporto caso-necessità. I processi e i fenomeni della natura appaiono a prima vista un groviglio inestricabile di caso e necessità. Il pensiero umano può districare questo apparente groviglio naturale mediante il pensiero dialettico: i concetti di caso e necessità vanno perciò concepiti come opposti polari che si manifestano l'uno mediante l'altro (determinazione reciproca e rovesciamento nell'opposto).

II] Come si esprime la dialettica caso-necessità in natura, e come può essere riflessa nel pensiero? Ogni forma  materiale inorganica e organica può sorgere soltanto in un processo di sviluppo, nel quale essa rappresenta un dato stadio o momento. Il raggiungimento di questo momento non è altro che il risultato da nessuno voluto del rapporto polare tra il caso relativo ai singoli numerosi oggetti o eventi e la necessità relativa al complesso specifico di questi numerosi oggetti o eventi. La casualità dei numerosi elementi che partecipano a un fenomeno o a un processo naturale si rovescia nella necessità del risultato complessivo, sia esso un atomo, una molecola, un corpo, ecc.; sia esso una cellula, un tessuto, un organismo, ecc.

III] Ciò che a un dato livello è solo uno dei numerosi elementi di un complesso, a un livello inferiore è, a sua volta, un complesso di numerosi elementi. E viceversa: ciò che a un dato livello è un complesso di numerosi elementi, al livello superiore è solo uno dei numerosi elementi di un complesso. Il tutto, quindi, si risolve in una serie di contenitori di contenitori, ovvero di contenitori a loro volta contenuti.


IV] Il riflesso scientifico dell'oggettiva dialettica naturale caso-necessità è dato dal rapporto dialettico probabilità-statistica. Il calcolo delle probabilità ha per oggetto l'ampiezza della casualità relativa ai numerosi singoli elementi di un dato complesso; e la statistica, intesa come necessità relativa al complesso, va considerata non solo nelle sue frequenze medie, ma soprattutto nelle sue frequenze eccezionali, in quanto le rarità, le eccezioni statistiche hanno un'importanza fondamentale nella evoluzione della materia.

V] L'idea di fondo che attribuisce al rapporto dialettico probabilità­-statistica il significato di strumento d'indagine principale, per la riflessione dei fenomeni e processi naturali, è la seguente: in natura si tratta di oggetti o eventi molto numerosi e, singolarmente presi, affatto casuali, il cui complesso di appartenenza appare qualitativamente differente, ossia appare come necessità del risultato relativamente costante e duraturo, soltanto però in senso statistico, e principalmente in forma di rarità statistica. Per spiegarci con un esempio: il linfocita B è una cellula e, come tale, nasce, si nutre, si riproduce e muore, seguendo un suo ciclo di sviluppo soggetto al caso; ma 10^12 linfociti B nel loro casuale movimento entro l'organismo umano e nella loro casuale diversa individualità, si rovesciano complessivamente nella necessità cieca e da nessuno voluta o predeterminata della risposta immunitaria. Così, osserviamo sperimentalmente che è l'eccezione statistica (un linfocita su circa un milione) che ogni volta garantisce la difesa immunitaria dell'organismo. I grandi numeri di linfociti rappresentano perciò soltanto il serbatoio casuale della necessità statistica, che si manifesta come eccezione, come rarità.

VI] Questa regola vale in generale, sia per la materia organica che per la materia inorganica. Il rapporto dialettico caso-necessità, che il rapporto dialettico probabilità-statistica riflette, mostra la seguente fondamentale peculiarità della natura: che, sulla base dei grandi numeri casuali, la rarità o eccezione - sorta casualmente dal serbatoio dei grandi numeri - si rovescia in necessità, sia che si manifesti nella formazione degli elementi e dei corpi della fisica sia che si manifesti nella formazione delle cellule e degli organismi della biologia.

VII] Tutto ciò richiede e presuppone un enorme dispendio. Il dispendio rappresenta il principale contrassegno della natura, il prodotto più grandioso del movimento della materia: prima ancora di produrre il protone e l'elettrone, il movimento caotico della materia primordiale produce un enorme dispendio di energia (termica). Il dispendio è la condizione basilare, la circostanza principale della evoluzione delle forme materiali, che rappresentano, viceversa, delle rarità, delle eccezioni.

Definiamo perciò legge del dispendio e dell'eccezione statistica la cieca necessità prodotta dal caso, tipica di ogni prodotto naturale. Sulla base di un grande dispendio, sorgono per necessità statistica rarità, eccezioni che rappresentano i prodotti complessivi dell'evoluzione. L'evoluzione è dunque cieca in tutte le direzioni, ma tutte le direzioni nei tempi lunghi dell'evoluzione si riducono a poche direzioni eccezionali, fondamentali.

VIII] Se ogni processo della natura segue la legge del dispendio, lo farà però in un suo modo specifico, che dipende dall'ampiezza della casualità relativa ai singoli numerosi elementi del complesso fondamentale del processo stesso, che evolve mutando fino al suo termine naturale. La scienza può giungere alla reale conoscenza dei processi, ovvero alla conoscenza della dialettica caso-necessità dei processi, solo quando è in grado di determinare il rapporto probabilità-statistica, ossia quando questo rapporto è alla sua portata. E ciò dipende soltanto dallo sviluppo della scienza stessa. Così, ad esempio, è solo in tempi molto recenti che si è potuto determinare il rapporto probabilità­-statistica in relazione al sistema immunitario (anche se gli immunologi continuano ancora a fraintendere).

Applicazione e sviluppo delle tesi nella evoluzione della materia inorganica 

1] Se consideriamo la materia inorganica, oggetto della Fisica, vediamo immediatamente espressa nel secondo principio della termodinamica la legge del dispendio e della eccezione statistica. Il dispendio, qui, si manifesta fondamentalmente come dissipazione di energia termica in calore; e questo è il risultato più evidente del cieco movimento della materia (energia), che determina l'evoluzione delle più diverse forme materiali. Queste forme, pur rappresentando delle rarità statistiche, sono quantitativamente ancora immense, perché quasi infinita è la quantità di materia-energia presente nel big bang.

2] Di conseguenza, la materia luminosa (le galassie di stelle) rappresenta una percentuale minima dell'energia originaria, la maggior parte della quale si è "dissipata", in senso termodinamico e dal punto di vista evolutivo. Di contro, troviamo che la maggior parte dell'energia originaria è degenerata in materia oscura, la quale conserva l'energia dissipata in forma di energia potenziale gravitazionale.

3] L'atomo d'idrogeno, il fondamento della materia luminosa evolutiva, è il prodotto statisticamente raro del raffreddamento della originaria materia calda: esso rappresenta la "massificazione" di una parte molto modesta della materia originaria, la maggior parte della quale si è addensata in materia oscura, perciò invisibile.

4] Si possono riassumere nei seguenti punti le conseguenze della legge del dispendio in fisica:
a) la dissipazione di energia, all'inizio molto elevata, e via via in misura minore;
b) la massificazione dell'energia (atomi, stelle, galassie) che rappresenta il risultato eccezionale dell'evoluzione inconsapevole della materia nei tempi lunghi: qui il dispendio è sempre molto grande ma non immenso come nei primordi;
c) l'espansione nel cosmo della materia luminosa, che avviene con un movimento rotatorio estremamente rapido, perché il big bang ha lasciato come residuo degenerato un nucleo di materia oscura, incommensurabile per dimensione, massa e momento angolare: di conseguenza i grandi oggetti del cosmo ruotano attorno a questo centro, e attorno al proprio centro, rispettivamente per attrazione gravitazionale e per impulso originario;
d] l'evoluzione per frantumazione dei giganteschi residui del big bang, a partire dalle grandi nubi di gas d'idrogeno e per finire con le attuali galassie, passando attraverso varie fasi: dei Quasar, delle Seyfert, ecc., che lasciano come risultato i superammassi, gli ammassi, ecc. ovvero sistemi autogravitanti (contenitori di contenitori) ai cui centri si trovano masse oscure addensate, attorno alle quali ruota la materia luminosa;
e] la forma specifica dell'universo come contenitore di contenitori, nei quali ogni oggetto ruota attorno a un centro: la terra attorno al Sole, il sistema solare attorno al centro della galassia (via Lattea), la galassia attorno al centro dell'ammasso, l'ammasso attorno al centro del superammasso, il superammasso attorno all'origine: il big bang (supponendo terminato il numero dei contenitorj);
f] la forma di materia degenerata, oscura, che costituisce il centro di ogni contenitore, e che possiede una enorme energia potenziale gravitazionale, forma di conservazione dell'energia dissipata principalmente nei collassi gravitazionali e secondariamente nella lenta espansione della materia luminosa nel cosmo.

5] Come conseguenza dei punti di cui sopra, il concetto termodinamico di entropia deve essere messo in relazione con l'energia potenziale gravitazionale: entrambe crescono a spese dell'energia attiva (cinetica, termica e termonucleare).

6] A riguardo dei cosiddetti costituenti ultimi, occorre cambiare impostazione: poiché la materia evolve con grande dispendio, producendo come eccezioni statistiche gli atomi e i corpi, in seguito a una lunga serie di decadimenti, dobbiamo considerare l'esistenza reale di date forme materiali in rapporto sia all'energia che esse racchiudono come massa sia all'energia termica presente nell'ambiente. Una cosa sarà di conseguenza lo stato della materia nel big bang, altra cosa lo stato della materia nelle nubi d'idrogeno, altra cosa ancora lo stato della materia nei nuclei delle galassie, ecc.; la difficoltà si risolve così: ciò che esiste, esiste a una data energia interna ed esterna, ossia in un ambiente a equilibrio termico.

7] Occorre quindi pensare come cose qualitativamente diverse tra loro i quark, i nucleoni, gli atomi, le molecole: nel senso che le molecole sono qualcosa di meno della somma di atomi, e questi sono ancora meno della somma di nucleoni, e questi ultimi sono incommensurabilmente meno della somma dei quark che dovrebbero contenere. Per conseguenza occorre respingere la concezione dei "costituenti".

8] La realtà è che il dispendio di energia necessario alla formazione dei complessi (nucleoni, atomi, molecole) sottrae ai cosiddetti costituenti una parte, e spesso la maggior parte, della loro originaria energia; così, ad esempio, i quark possiedono un'energia di gran lunga maggiore di quella dei nucleoni che dovrebbero contenerli, perciò essi non possono trovarsi entro i nucleoni tali e quali erano allo stato "libero" nel loro ambiente termico naturale: ciò che si troverà nei nucleoni può essere solo una minuzia dell'energia originaria. E chi registra questo fatto è il cosiddetto "difetto di massa", che più propriamente dovrebbe essere denominato "difetto di energia".

9] Ne consegue che, a livello delle particelle, i cosiddetti costituenti rappresentano uno stato della materia differente qualitativamente dalla loro forma libera, stato che non può essere conosciuto in alcun modo, per il semplice motivo che, nel tentativo di "vederlo", forniamo un quantitativo di energia che lo riporta al suo stato originario (eccezion fatta per i quark, finora). In generale, possiamo concludere che ogni forma della materia, dal momento in cui si combina in una forma superiore, in un complesso, tramonta in esso, per usare un'espressione di Hegel.

10] Allora non dovremmo stupirci che esista un limite nella evoluzione della materia inorganica, un limite dal quale nessuna forma materiale possa tornare a sussistere libera, se non a condizione di un apporto di energia talmente elevato che solo il collasso finale dell'intero universo può permettere: questo limite è la massima densità raggiungibile dalla materia: ossia la materia oscura, scambiata a torto per  "buco nero", il cui difetto di massa mostra il tramonto definitivo dei protoni nell'attuale ciclo.

11] Per concludere, questo dispendio di energia, che si ritrova registrato nel "difetto di massa", è tanto maggiore quanto più si sale la scala delle energie, e probabilmente segue la legge dell'inverso del quadrato.

Applicazione e sviluppo delle tesi nella evoluzione della materia organica 

Riguardo alla materia organica, oggetto della biologia, riassumiamo nei seguenti punti le manifestazioni della legge del dispendio e della eccezione stistica.

1] Il dispendio si manifesta principalmente nello sperpero degli organismi, sperpero che assume le più diverse forme e dimensioni a seconda della scala dell'evoluzione: tanto maggiore quanto più si va in basso, tanto minore quanto più si va in alto.

2] Anche con la materia organica occorre prima di tutto distinguere i complessi dai loro numerosi elementi singoli. Ogni complesso è a sua volta un singolo elemento di un complesso superiore e, viceversa, ogni elemento di un complesso è a sua volta un complesso inferiore: cosi, ad esempio, un nucleosoma è sia un elemento basilare di un genoma eucariotico, sia un complesso ben definito di copie di basi; così un organo è sia elemento di un organismo animale, sia un complesso di cellule, ecc.

3] L'importante è comprendere che ciò che a un dato livello è preso come complesso rappresenta la necessità statisticamente determinabile, e ciò che è preso solo come singolo elemento rappresenta il caso indeterminabile, probabilistico. Quando si passa a considerare un livello di complessità superiore o, viceversa, inferiore, cambia di conseguenza anche ciò che attiene alla necessità e al caso: ad esempio, se consideriamo il genoma di un singolo linfocita B, esso rappresenta la necessità, ma le sue manifestazioni in ogni singolo linfocita B sono solo capricci del caso; però, come il caso relativo alle singole basi si rovescia nella necessità del genoma di ogni singolo linfocita B (ognuno diverso dall'altro), così il caso relativo ai singoli genomi linfocitari tra loro diversi si rovescia nella necessaria risposta immunitaria.

4] Questo modo di vedere, questa impostazione teorica permette di comprendere la difficile questione, mai finora risolta, della selezione naturale in rapporto al grandioso fenomeno della estinzione dei complessi viventi: specie, generi, famiglie... ordini, ecc. La selezione riguarda, ad ogni livello di complessità, oggetti organici che sono qualitativamente differenti: c'è infatti la selezione degli organi più diversi, ma c'è anche la selezione degli organismi più diversi che hanno in dotazione questo o quell'organo fra i tanti, e c'è anche la selezione delle specie più diverse che raggruppano questi organismi d'ogni foggia, ecc. La selezione delle specie è dunque soltanto un aspetto di tutta la faccenda, anche se rilevante; e, comunque, se si parla di selezione delle specie, occorre aver chiaro che essa, per necessità, deve riguardare le specie medesime e non i loro singoli individui: per le specie, gli individui rappresentano soltanto la sfera della casualità.

5] Ma, accanto alla selezione che rappresenta un risultato raro ed eccezionale, c'è l'estinzione che rappresenta la cieca ed assoluta necessità, fondata sul caso, della evoluzione biologica. L'estinzione è la più lampante manifestazione della legge biologica del dispendio; la sua misura è nota ormai da diversi decenni, ma i biologi sono degli "orologiai ciechi": o non la vedono, o la negano pur vedendola, o la vedono ma ne minimizzano l'entità e la portata. L'estinzione compare a tutti i livelli; qui di seguito consideriamo i due livelli di base, i complessi-organismi e i complessi-specie:
a) la notevole estinzione degli organismi ad ogni generazione era già stata rilevata da Darwin che, però, la considerò come un dato di fatto relativo a embrioni e neonati, sul quale non indagare; questa estinzione è tanto maggiore quanto più si scende la scala della evoluzione e ci si avvicina ai primordi della vita: l'esempio più noto di vita effimera degli organismi è data dai procarioti;
b) l'estinzione delle specie come fenomeno grandioso è un'acquisizione più recente: oggi si calcola che per ogni specie attualmente vivente circa mille siano scomparse dalla faccia della Terra, e si tratta di specie animali evolute nel Cambriano; l'esempio più noto in tal senso è l'ordine dei Dinosauri, estintosi in tempi geologici relativamente recenti.

6] Che cosa è dunque la selezione delle specie? E' una necessità cieca che deriva dalla casualità dei singoli organismi beneficiati dalle circostanze, sopravvissuti all'estinzione, che per moltiplicazione diventano dominanti protempore; allo stesso modo, se consideriamo i vari complessi superiori, i generi, le famiglie...gli ordini...infine i regni, la necessità della evoluzione è garantita solo statisticamente, sulla base della grande estinzione del maggior numero di specie comparse sulla terra: la selezione è dunque la necessità del prodotto biologico raro, eccezionale, l'eccezione statistica di un grande dispendio.

7] Perciò, la specie più evoluta in assoluto, l'uomo, altro non è che una rarità statistica (il più raro dei prodotti biologici) che, sebbene casuale nella sua insorgenza proprio in un dato pianeta e in dato periodo, doveva necessariamente uscire fuori prima o poi per la legge del dispendio e dell'eccezione statistica.

In conclusione 

La legge del dispendio, con il suo corollario: l'eccezione statistica,  non soltanto guida il reale movimento della materia inorganica e organica, ma permette di stabilire una volta per tutte che l'evoluzione della materia è ciecamente necessaria, non predeterminata, da nessuno voluta, e non determinabile mediante leggi di causalità diretta, secondo le vecchie modalità del determinismo ora riduzionistico ora olistico. L'evoluzione della materia può essere intesa come l'incessante lavoro prodotto dall'automovimento della materia stessa, che produce principalmente dissipazione (spreco) del proprio movimento, grazie al quale sorgono forme materiali inorganiche e organiche che continuamente si modificano.

Se la natura lavora in maniera incommensurabilmente dispendiosa, i suoi risultati più duraturi non possono essere realizzati per assoluta necessità, ma per una necessità relativa, la cui ragione è il caso stesso: il punto di partenza è sempre il caso relativo ai grandi, quasi infiniti, numeri di elementi materiali in gioco che nessuno e niente può organizzare e ordinare per uno scopo predeterminato. Così appare (all'uomo) un groviglio casuale; ma questo groviglio della natura manifesta il suo ordine e la sua necessità relativi nei fenomeni e processi complessivi che rappresentano le varie tappe dell'evoluzione. Questo ordine e questa necessità relativi diventano comprensibili mediante leggi statistiche e la riflessione dialettica.

E così l'uomo cosciente, il prodotto più elevato della natura, è saltato fuori dalla evoluzione con quella necessità statistica che ha per fondamento la casualità dei grandi numeri in gioco: senza una materia-energia praticamente infinita, senza uno sterminato universo ciclico, senza miliardi di miliardi di stelle con relativi pianeti, senza i pressoché infiniti atomi, senza il grandioso numero di molecole organiche sul pianeta Terra, senza le centinaia di milioni di diverse specie che si sono succedute in questo pianeta, insomma senza questo enorme apparato, l'uomo, come risultato dell'evoluzione spontanea, inconsapevole e cieca della materia, sarebbe inconcepibile.

Rimarrebbe soltanto la spiegazione della creazione volontaria e cosciente. Insomma, non ci possono essere vie di mezzo: o tutto si spiega con la dialettica caso-necessità che rende ragione del grande dispendio o tutto deve essere ricondotto alla creazione divina; ma, in questo caso, come spiegare il dispendio?

lunedì 15 luglio 2013

Kant filosofo della scienza: antiatomista, perchè antidogmatico

Kant filosofo della scienza: antiatomista, perchè antidogmatico

di Renzo Grassano

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Contrariamente a molti studiosi propensi a rivalutare il pensiero fisico di Democrito come antidogmatico rispetto a quello dogmatico di Aristotele (ed anche di Platone), Daniele Lo Giudice ha preferito configurare l'atomismo come una derivazione dell'eleatismo e quindi come una prosecuzione di quel dogmatismo con altri mezzi. Condivido la scelta, anche se con qualche riserva, ma in questa sede mi preme soprattutto evidenziare come Daniele sia corroborato da buona compagnia. Anche Kant fu molto critico nei confronti dell'atomismo, tacciandolo di dogmatismo metafisico. Non già per opporgli la fisica dialettica d'Aristotele, ma a tutto vantaggio di quella moderna, avviata da Galileo e sistemata da Newton.

Nell'opera I primi principi (fondamenti) della scienza della natura (traduzione italiana di Luigi Galvani, Cappelli, Bologna 1959) Kant tratteggiò col solito rigore il delicatissmo tema del rapporto tra scienza e metafisica.
Con tutto il rispetto dovuto a Kant, non possiamo non notare che anch'egli rimase sostanzialmente fedele alla fisica settecentesca e di essa riprodusse un analogo dogmatismo. Ma a questo circolo vizioso di dogmatismo che sorge per contrastare un vecchio dogmatismo forse non c'è rimedio possibile, visto che all'inizio di ogni ragionamento v'è sempre qualche postulato indimostrabile rispetto al quale o c'è evidenza dei sensi, o c'è fede. 
Lo scetticismo, ad esempio, nel tentativo estremo di negare la possibilità di ogni conoscenza, finisce con l'essere persino più dogmatico (e contradditorio) delle dottrine fideistiche che vorrebbe combattere. Mi fosse possibile intervistare Sesto Empirico, per esempio, mi piacerebbe chiedergli come si fa ad un tempo essere medici e scettici, quindi del tutto privi di una scienza sillogistica della salute e della malattia!
Ma, ritornando a Kant, eccoci subito al centro della questione.
Era fermamente convinto che la meccanica razionale fosse il fondamento di tutta la fisica. 
Oggi, non c'è scienziato che condivida questa opinione, ma allora questo tipo di pensiero era davvero all'avanguardia.
Fiducioso, come del resto lo sono io e lo è Daniele Lo Giudice, nei poteri infallibili del calcolo e della matematica, egli affermò che non c'è conoscenza determinata di fatti ed eventi particolari che non «conterrà tanta scienza propriamente detta quanta è la matematica che in essa può venire applicata.» (1)
Però, avanza una riserva. La matematica è la garanzia della scienza, ma non arriva a chiarire il fondamento stesso delle scienze. A tale fine la metafisica è indispensabile. Solo la metafisica, infatti, è in grado di spiegare in quale modo proceda la costruzione dei concetti e di portare così in luce come la matematica stessa sia applicabile alla natura. In altre parole: occorrono pensieri extramatematici ed extra disciplinari per giustificare e fondare la disciplina stessa.
Però, accadde un fatto singolare e spesso reiterato: « Tutti filosofi della natura che vogliono procedere matematicamente nelle loro ricerche, si sono perciò sempre serviti (benchè inconsciamente) di principi metafisici, e dovevano servirsene, anche se protestavano solennemente contro ogni pretesa della metafisica sulla loro scienza.» (1)

A tale rifiuto presiede una concezione erronea, ben descritta con queste parole: «illusione di potersi immaginare a piacere tutte le possibilità e di giocare con concetti che non si lasciano nemmeno rappresentare nell'intuizione.» (1)
In sostanza, Kant ammette che solo la metafisica può dare alla matematica i suoi concetti fondamentali, che è come ammettere che fu solo la metafisica a fornire la geometria di concetti quali quelli di punto, linea, retta, curva, angolo, perimetro o superficie, circonferenza o diametro

A commento di ciò, in uno scritto di magistrale pregnanza, scrisse Ludovico Geymonat: «Non è questa la sede per discutere se la situazione denunciata da Kant si sia o no protratta (sia pure in termini alquanto diversi) fino a tempi molto recenti; certo è che essa costituì effettivamente - per lo meno nel secolo XVIII - un impedimento assai notevole al libero sviluppo della ricerca scientifica, e che giustificatissima fu quindi la decisione del Nostro di combatterla con energia. Se oggi non possiamo più seguirlo nel modo di condurre questa battaglia, ciò non significa tuttavia che che non ne approviamo lo spirito animatore. Un punto soprattutto ci persuade: l'energica affermazione kantiana che non basta "protestare" contro la metafisica pe riuscire in realtà a non farla; questo può anzi essere, in taluni casi, il più comodo artificio per contrabbandare (agli altri e, peggio ancora, a se stessi) una cattiva metafisica. » (2)

Resta che, secondo Kant, i fisici matematici non possano fare a meno del concetto metafisico di materia, insieme a quello di spazio e di vuoto.
Notevole, in questo quadro, che Kant ammetta che solo la materia e lo spazio relativo possano essere oggetto di esperienza, mentre il concetto di spazio assoluto non lo è.
Esso "non può essere oggetto d'esperienza". "Lo spazio assoluto non è dunque niente in sè e non è affatto un oggetto." 
Se parliamo di spazio assoluto è solo perchè, uno volta ammesso e riconosciuto uno spazio relativo, potremo sempre pensarne uno più grande che lo includa, od uno più piccolo che lo escluda. Forse potremmo compiere lo stesso ragionamento sul tempo assoluto e quello relativo. Con ciò siamo comunque al cuore del rapporto tra la relatività galileana ed i concetti assoluti di Newton. 
Illuminante in tal senso sono le nozioni di movimento assoluto e relativo, ovvero reale. Da qui venne la distinzione tra composizione dei movimenti e composizione delle forze, tra suddivisione dello spazio e suddivisione della materia.

«Ma il punto più originale di tutta l'opera in esame - scrive Geymonat - è costituito dalla critica alla nozione di atomo e, di conseguenza alla concezione meccanicistico-atomistica della natura. Anche se la concezione "dinamista" contrappostale da Kant è ben lungi dall'accontentarsi ( e del resto non riuscì a persuadere neanche i contemporanei del Nostro), questa debolezza della pars construens non toglie nulla al valore della pars destruens. E' un valore che dipende sia dalle osservazioni particolari, sia più ancora dal deciso atteggiamento metodologico che essa rivela: l'atomismo costituisce - per Kant - il frutto più manifesto del dogmatismo metafisico inconsapevolmente accolto dai fisici matematici (sotto il manto delle loro clamorose proteste antimetafisiche) e quindi la battaglia contro di esso assume il significato di battaglia generale contro tutti gli equivoci della cattiva metafisica.» (2)

Perchè Kant vide nell'atomismo una cattiva metafisica?
La risposta è nelle sue stesse parole: l'atomismo «consiste essenzialmente nell'ammettere un'assoluta impenetrabilità della materia primitiva, un'assoluta omogeneità di questa sostanza in cui non sussistono che le sole differenze di figura, e una indistruttibilità della coesione della materia in questi corpuscoli fondamentali.» (1)
Kant si dimostrò disposto ad accettare o quantomeno a discutere l'esistenza del vuoto assoluto, "dato che esso è necessariamente posto prima di ogni materiale", ma respinse recisamente il dogma dell'impenetrabilità e della indistruttibilità della materia atomica. Asserì,che si trattava di affermazioni prive di qualsiasi possibilità di verifica, "tutte cose che nessun esperimento può né determinare né rivelare". E le battezzò spregiativamente come qualità occulte.
Come conseguenza nefasta dell'atomismo, inoltre, Kant vide acutamente che da esso derivava una spiegazione altrettanto dogmatica per spiegare la differente densità dei diversi materiali. Tutto si spiegava con la diversa composizione di vuoto e di pieno di ogni corpo, come a dire che l'essere è composto di essere e non-essere.

All'atomismo dogmatico Kant contrappose la sua visione "dinamista" e poi la teoria dell'etere sottilissima in cui la forza repulsiva sarebbe infinitamente superiore a quella attrattiva. Certo, dogmatismo metafisico anche questo, niente più che una conseguenza d'Empedocle anzichè di Parmenide.
Per questo il dubbio rimane: si può davvero sfuggire alla morsa metafisica quando si pigia sull'accelleratore di una nuova teoria fisica?


note:
1) Immanuel Kant - I primi fondamenti della scienza della natura - Cappelli, Bologna 1959
2) Ludovico Geymonat - La ragione - Edizioni PIEMME, Casale Monferrato, 1994

mercoledì 10 luglio 2013

I sofisti

I sofistidi Daniele Lo Giudice

Con l'affermarsi della democrazia e della partecipazione ad Atene, che nel corso del V° secolo a.C. era diventata una potenza anche militare oltre che commerciale, vennero ad assumere grande importanza le abilità politiche ed in particolare quelle oratorie.
In tale contesto, la retorica, cioè l'arte di costruire ed esporre discorsi incisivi, persuasivi, coerenti e ben ordinati assunse grande importanza, e con essa crebbe l'interesse per la dialettica, cioè il dialogo vivo, il confronto e lo scontro di posizioni, nonchè l'arte di contendere e di confutare, ovvero l'eristica (che deriva appunto da eris, contesa).
Fu allora che si cominciarono a vedere per Atene degli stranieri, anche se greci, che approfittando dell'occasione e della necessità, aprirono scuole a pagamento per insegnare l'arte di parlare, ed in particolare l'arte di parlare in pubblico ed ottenere i consensi dell'uditorio.
le testimonianze concorrono tutte nella medesima direzione: questi maestri, detti sofisti, furono un prodotto di importazione. Venivano ad Atene da ogni parte della Grecia; solo in un secondo tempo vi fu un'ondata di sofisti ateniesi, ma la loro importanza nella storia del pensiero, con la sola eccezione di Isocrate (il quale, peraltro, prese anche risolutamente posizione contro i sofisti, pur mantenendo moltissime posizioni comuni agli stessi) e, forse, di Antifonte, fu modesta.
I destinatari sociali delle scuole sofistiche non furono tanto i rampolli delle grandi famiglie aristocratiche, quanto i figli dei nuovi ricchi, dei mercanti e degli artigiani più prosperosi. Per stare in società c'era bisogno di cultura ed educazione, c'era bisogno di formarsi come uomini civili, più colti, anche per evitare figuracce.

Non bisogna credere, infatti, che Atene fosse allora già il centro della civiltà greca. Per lungo tempo la più grande città greca fu Mileto, che per ironia della sorte si trovava sulle coste dell'Asia Minore, cioè nell'odierna Turchia.
La stessa filosofia era nata a Mileto. I più grandi filosofi dei primi secoli ebbero i natali a Mileto e nelle vicine città di Samo, come Pitagora, ed Efeso, come Eraclìto.
La comparsa dei sofisti corrispose pertanto ad una sorta di sprovincializzazione di Atene ed è solo grazie a questo processo che si spiega, in parte, la sua ascesa politica, economica, militare e culturale.

Nei libri storici di Tucidide c'è un discorso di tipico impianto sofista: il celebre Epitafio di Pericle, pronunciato in occasione dei funerali dei caduti nella guerra del Peloponneso.
Siamo nel 431 a.C. L'esame dettagliato ci porterebbe troppo lontano dai temi che affrontiamo in questa sede ma, un accenno ci consente, al contrario, di avvicinarci.
Lo storico Domenico Musti ha scritto che l'Epitafio pericleo rappresenta il manifesto della teoria democratica, e questo indipendentemente dal fatto che sia più o meno autentico. Tucidide, che pure non fu un simpatizzante di Pericle, nemmeno un simpatizzante della democrazia, ebbe l'indubbio merito di condensare nel testo le più importanti convinzioni del grande uomo politico ateniese. Sono i pilastri della teoria democratica antica, ed allo stesso tempo le chiavi per comprendere quella moderna.
Non credo di dire una sciocchezza, se affermo che molti sofisti impararono da Pericle e non già che i sofisti, in particolare Protagora, insegnarono a Pericle.
Nell'uomo Pericle e nel suo discorso ognuno può rinvenire sia il meglio che il peggio della retorica politica, in particolare quella degenerazione demagogica che è alla base di tutte le dittature su base popolare, e del consenso di massa che riescono ad ottenere i partiti populisti nelle democrazie.
Ma, sia Tucidide che Aristotele in veste di storico (quello che scrisse la Costituzione degli ateniesi) concordano su un punto: il fenomeno dei demagoghi è successivo a Pericle. Questi non fu mai un demagogo, e il tono, il carattere, il contenuto dell'Epitafio riflette semmai, nei punti più rilevanti, un grandissimo realismo, un fiuto politico eccezionale, un senso del tempo storico e della direzione degli eventi straordinario.
Personalmente ci trovo anche il filosofo politico, quello che seppe anticipare anche alcuni temi importanti nell'etica e nella politica di Aristotele. Ma, questa potrebbe essere un'opinione azzardata.

Quel poco di capacità demagogica che si può evidenziare nel discorso di Pericle sta nella persuasività oratoria. Le stesse cose, dette in altro modo, ad esempio secondo un'asciutto stile filosofico, non avrebbero avuto la medesima efficacia.
Musti sottolinea giustamente che la forza del discorso di Pericle non sta nel rivolgersi al popolo dicendo: "Voi dovete..."
Pericle disse: "Noi siamo già...quello che altri dicono che dovremmo essere."
Ed ancora andrebbe evidenziato il carattere bipartisan, cioè unitario e rappresentativo dei sentimenti potenzialmente presenti in tutti gli ateniesi. Non c'è un filo di polemica diretta con avversari interni. Quando si sottolinea la diversità della condizione ateniese da quella spartana, si dice esplicitamente : "noi siamo così, ovvero più liberi, più indisciplinati, più portati a goderci la vita ed cercare la felicità perchè abbiamo voluto, tutti, essere così. E dove è scritto che noi siamo militarmente meno abili perchè ci rifiutiamo di faticare e soffrire per tutto il giorno e per tutta la vita?"
Che è come dire, è inutile nascondersi dietro all'ipocrisia. Chi parla di perdita degli antichi valori di disciplina e di sacrificio, chi detesta questo spirito di libertà nel quale ognuno è in grado di costruirsi una vita migliore, in realtà vorrebbe solo mantenere il suo privilegio, tenere solo per sé l'opportunità di una vita agiata e costringere gli altri ad una vita di sacrificio.
Pericle insiste su questo punto in modo tale da prestare il fianco a critiche di edonismo e permissivismo. E persino dalle file sofiste, udite udite, vi sarà chi, come Prodico di Ceo, insegnerà e propaganderà idee del tutto opposte. Ma il bersaglio è sbagliato, perchè a ben leggere Pericle, non vi è alcun estremismo edonistico, ma solo l'ideale di una vita equilibrata, inserita in una visione ottimistica e fiduciosa, in netto contrasto con il classico pessimismo greco.

Va compreso che senza il clima di tolleranza e di fiducia realizzatosi sotto Pericle né i sofisti, né altre scuole filosofiche avrebbero potuto trovare spazio ad Atene, una città restia ad accettare le novità ed i nuovi valori, un ambiente nel quale anche i democratici erano fondamentalmente conservatori e tradizionalisti, nonchè molto legati alla religione ufficiale.
Pericle ebbe bisogno dei sofisti, in particolare di Protagora, per dare spessore e penetrazione a quella che potremmo chiamare la sua politica culturale, ed i sofisti, o, almeno, una parte di essi, ebbero bisogno del sostegno e dell'incoraggiamento di Pericle.

Ovviamente non era sufficiente insegnare a saper esporre le proprie idee in modo sintetico, occorreva anche sapere cosa dire in modo persuasivo: i nuovi maestri avevano chiaro che era necessaria una paideia, cioè una cultura umanistica; gli ateniesi dovevano e potevano conoscere un po' meglio la tradizione poetica orale e scritta. In essa si potevano trovare esempi ed argomenti, con essa si rimpinguavano discorsi altrimenti banali e scontati, privi di riferimenti significativi e pregnanti.
La tradizione culturale greca, in particolare quella poetica, era vista come formativa ed educativa.
La parola sofista non ebbe all'inizio un significato dispregiativo, anche se, considerando l'assoluta vicinanza di significato che avrebbe oggi il termine intellettuale, possiamo legittimamente immaginare che la gente comune usava la parola sofista esattamente come oggi usa la parola intellettuale, ovvero con un misto di rispetto, di ammirazione, ma anche di critica. L'intellettuale è spesso un inconcludente chiacchierone, un cavillatore, un piagnone, e tali dovevano apparire moltissimi sofisti, a volte insopportabilmente saccenti, antipatici e parolai.

Possiamo ancora legittimamente immaginare che la gente comune non facesse grandi differenze non solo tra un sofista e l'altro, ma anche tra un sofista di professione ed un amante della sofia, un ricercatore di verità, ovvero un filosofo.
Per la gente erano sofisti anche Anassagora, Socrate, i suoi allievi, come Eschine e lo stesso Platone.

Nella loro specifica posizione, i veri filosofi, distinzione a cui Platone mostrò di tenere molto, cercarono di prendere le distanze dal mucchio dei sofisti, molti dei quali certamente di scarsa levatura morale, oltre che intellettuale, nulla più che avvocaticchi di gente di malaffare.
E il principio della distinzione fu subito chiaro: mentre il vero filosofo è un cercatore di verità, e quindi di principi supremi, il sofista è nient'altro che un facitore di discorsi, persino indifferente ai contenuti ed alle testimonianze che reca pubblicamente.
Ciò che conta è la forma, non il contenuto. Oggi il sofista può parlare persino appassionatamente a favore di una tesi, che so, la pace con Sparta, e domani dire o insegnare a dire esattamente il contrario, e cioè l'esigenza di una guerra.
Ora, tutto questo risulta sconcertante ed imbarazzante anche oggi, figuriamoci allora, in una città particolarmente morigerata come Atene. Il movimento sofista creò dunque anche imbarazzo e fastidio, specie tra i galantuomi del tempo, e non ha molta importanza se essi fossero aristocratici o democratici o persino sostenitori di una tirannia.
Per il tipico galantuomo "tutto d'un pezzo", ancor più che per il vero filosofo di scuola anassagorea o eraclitea, o pitagorica, il sofista rappresentava dunque anche una minaccia all'ordine ed ai costumi, un vero e proprio attentato all'ordinamento morale ed intellettuale della società.
Non credo sia utile, pertanto, credere che la pratica dell'insegnamento a pagamento si diffuse facilmente e senza incontrare ostacoli.
Gli stessi sofisti dovettero in qualche modo darsi delle regole, e professare, almeno esteriormente, una certa castigatezza.
Spesso si presentarono come maestri di virtù. Lo dichiara lo stesso Mario Untersteiner, quando scrive, citando Adolfo Levi, nella Premessa al suo lavoro I sofisti: "tutti sofisti ... dichiaravano d'impartire ai loro discepoli un insegnamento rivolto a finalità insieme individuali e sociali."
Ma a prescindere da questo proposito dichiaratamente comune, l'Untersteiner, come la quasi stragrande maggioranza degli studiosi, afferma con grande chiarezza che nei sofisti "non devesi scorgere una scuola filosofica abbastanza uniforme e coerente."
In realtà ognuno professava una propria visione del mondo e dell'uomo, nutriva personalissime opinioni sugli dei, la religione, i limiti della conoscenza umana; e probabilmente anche sul concetto di virtù, nonostante l'apparente unitarietà, si registrò una gamma molto vasta di posizioni.
Tra il già menzionato Prodico di Ceo e Protagora, non pare esservi nessuna convergenza. Ma anche tra Gorgia e Protagora le differenze e le contrapposizioni, come vedremo, saranno inconciliabili. Antifonte sarà l'antiGorgia per eccellenza, e pure esprimerà una posizione antitetica a quella di Prodico. Ippia, infine, per quanto dipinto da Platone come un vanesio pieno di boria, fu una sorta di mistico dell'idea di giustizia, un bravuomo che seppe comprendere molto della natura umana, e, forse, uno dei pochi democratici convinto, per prima cosa che, se si vuole la democrazia, della necessità di regolarla non in modo arbitrario, secondo convenienze di parte, ma con criteri obiettivi.

Per inquadrare meglio il fenomeno a noi interessa la critica che filosofi posteriori e contemporanei rivolsero ai sofisti.
E' stato osservato che, sotto un certo aspetto, il giudizio di Platone e di Aristotele si è rivelato esageratamente negativo. Per Platone, in particolare, "sofista" divenne sinonimo non già di sapiente, ma di imitatore del vero sapiente, quando non di mistificatore della sapienza a fini di lucro.
Senza dimenticare che chi insegna solo per lucro, quando non abbia l'autorità sufficiente, non può imporsi più di tanto come maestro, ma deve spesso accondiscendere ai capricci ed ai desideri dei propri allievi, onde evitare il licenziamento, è certamente vero che in tutti i sistemi a pagamento si nasconde spesso un sottile gioco nel quale la frode è sempre in agguato.
La lezione si protrae oltre il lecito. Un programma può presentarsi esageratamente lungo e complesso, quando potrebbe essere, al contrario, breve e conciso. C'è sempre un "di più da imparare" e non si sa mai quando arrivi la fine. Insomma, nella propria debolezza di salariato, il sofista non naviga in una condizione aurea ed invidiabile, ma in una precaria dipendenza dal padrone che lo paga, il padre del suo allievo, se lo paga, ed, allo stesso tempo si trova nella necessità di perpetuare all'infinito il proprio compito, onde evitare di trovarsi troppo presto senza lavoro.
A lungo andare, anche nei migliori, animati da una sincera passione o vocazione per l'insegnamento, si può essere infiltrata una forma di sottile ipocrisia.
Platone, che pure non si faceva pagare, ebbe allievi terribili come i tiranni di Siracusa; ma di gente come Dioniso sono piene le strade, le famiglie dei ricchi e dei potenti, come quelle dei poveri e dei deboli. Non possiamo dubitare che pure Aristotele ebbe grandissime difficoltà come precettore di Alessandro Magno, un ragazzo inquieto e smanioso di gloria, anche se, probabilmente, di grande intelligenza.
Ecco, allora, che il problema dei sofisti, tutto sommato, assume una luce diversa, diventa anche il problema della difficoltà dell'insegnante in generale, e dell'insegnante prezzolato in particolare, l'insegnante che deve piacere al padrone di casa ed alla signora, l'uomo che deve agire con tatto, prudenza, sapienza mondana.
Tutto questo avrebbe potuto portare al successo personalità fondamentalmente viscide. Non c'è dubbio, allora, che sulle pesanti considerazioni di Platone ed Aristotele influirono anche questi elementi.

Sarebbe interessante comprendere perchè Protagora incontrò comunque un certo consenso, mentre Anassagora venne rifiutato non solo dagli ateniesi comuni, ma persino da Socrate ( e da Platone).
Lo storico A. Heuss ha osservato che ciò non dipendeva solo dall'ambiente ateniese, ma anche da atteggiamenti intrinseci alle filosofie professate: i filosofi della natura di impronta ionica erano esoterici: le loro conoscenze non erano destinate a tutti.
Al contrario, i sofisti cercavano la pubblicità. "Pur avendo anch'essi teorie complicate, accessibili solo con uno sforzo mentale, ritenevano che almeno le loro conclusioni potessero acquistare una portata più generale, ed in un certo senso avevano ragione.
Anzitutto essi volevano spiegare l'uomo, e quindi questa illuminazione interessava gli uomini stessi. In realtà le loro scoperte erano stimolanti. Mentre i "fisici" avevano decifrato il mondo fenomenico come "natura" (physis), ai loro occhi l'ordinamento umano si stendeva su due piani. Da un lato esso si presentava essenzialmente come il regno della convenzione (thésis), dall'altro rivelava una realtà esistente per natura. Questo smascheramento della società poteva condurre a risultati sorprendenti. Per esempio si diceva che gli uomini seguono un istinto incessante di potenza e che il loro ordinamento sociale non è altro che il prodotto di una scelta arbitraria. Era facile giungere alla conclusione normativa che così, appunto, deve essere e che il più forte, quando prevale, ha sempre il diritto dalla sua parte."

In realtà il problema non è questo. Alcuni sofisti evidenziarono, piuttosto, e forse per primi, che tra natura, o meglio, istinto, e leggi e quindi educazione a rispettare leggi e regole, non vi è coincidenza, ma semmai contrapposizione. L'uomo si trova come tirato da due nature contrapposte, quella che poi Platone chiamerà poi come l'anima concupiscente e quella razionale. Nello spirito di Pericle esse trovano una soluzione armoniosa e compatibile, non deve esistere questo dualismo, di fatto non esiste, noi siamo già diversi!
E questa diversità, dirà ancora Pericle, è sotto i nostri occhi. Per noi non è vergognoso l'essere poveri, è vergognoso il non fare nulla per uscire dalla povertà. Nel rispetto della convivenza civile e delle sue regole, si può lavorare il giusto, faticare il giusto per conseguire benessere. Ogni singolo individuo è responsabile del suo futuro. (Schiavi a parte, ovviamente. Non lo si dimentichi mai.)
Questa teorizzazione implica di per se che il più forte, ma in una civiltà, il più abile, attivo ed intelligente, faccia più strada del meno abile, e questo, indipendentemente dalle sue origini sociali.
Coerentemente con questo impianto teorico, un certo senso della giustizia vorrebbe che a tutti fossero date medesime opportunità educative. E fu questo il limite della teoria periclea della democrazia, perchè non trovò una reale applicazione pratica.

La riduzione al conflitto tra egoisti e solidali che attuarono alcuni sofisti, fu, quindi, una rottura unilaterale, parziale, e, tutto sommato, politicamente irresponsabile, dell'ideologia liberal democratica di Pericle, e quasi un invito alla lotta di classe, da un lato, ed ad un rinchiudersi in una socialmente sterile ricerca del vero bene dall'altro.
Le conseguenze non mancarono di farsi sentire: l'epoca di Socrate e di Platone rispecchiò la degenerazione delle idee e dei costumi, ed è su questa decadenza della civiltà e della democrazia che si sviluppò una grande filosofia.

martedì 2 luglio 2013

Epicuro

Epicuro
di Daniele Lo Giudice

moses


Il vivo interesse che specie tra i poco informati delle cose di filosofia, e sono purtroppo molti, si incontra per Epicuro, è forse dovuto ad un gravissimo fraintendimento.
Preso a modello di un'etica del piacere dei sensi e di una vita votata a fuggire i dispiaceri, epicureo è diventato sinonimo di gaudente e di edonista, quando non di persona frivola e superficiale, priva di spiritualità e totalmente disimpegnata socialmente e politicamente. Epicureo in molti casi equivale anche a materialista e non giurerei sul fatto che qualcuno si sia sentito in diritto di usarlo in senso spregiativo.
Di vero in questa vulgata caricaturale c'è ben poco, anche se, qualcosa c'è. Ma prima di vedere il lato negativo o discutibile, cerchiamo di capire bene il lato positivo.
Epicuro disse davvero cose nuove sulla vita, parlò del "piacere di esistere", riconoscendo ed affermando il valore della vita in sé, ovvero qualcosa che nella filosofia greca precedente non era apparso in modo del tutto chiaro.
Oserei dire che nella vulgata su Epicuro solo la considerazione sul disimpegno politico risponde a verità, ma sarebbe sbagliato vederla come una originale massima epicurea. In realtà, già Aristotele aveva affermato la superiorità della vita contemplativa, cioè teoretica e filosofica, su quella attiva, e quindi anche politica.
Di veramente nuovo, in Epicuro, comparve semmai un parziale svilimento della stessa vita teoretica. L'aristotelico doc, il peripatetico più conseguente condivedeva con i suoi simili ed i suoi amici una passione smisurata per la conoscenza e per la ricerca. La sua vita era ricerca, curiosità insaziabile per i fenomeni naturali, per le teorie filosofiche, per le conquiste della medicina, le scoperte matematiche o le costituzioni politiche. Vita contemplativa, certo, ma attivissima ed instancabile.

In Epicuro il lato cognitivo della vita contemplativa è rigettato sullo sfondo, in modo quasi isocratico. C'è un sapere utile alla felicità ed un sapere inutile, anzi dannoso.
Un affanno, un fardello di dolori e fatiche.
La filosofia è la via per liberarsi di questi affanni e di queste ansie: è uno strumento per raggiungere la felicità. Per questo, anche la ricerca scientifica ha un carattere limitato. Non muove dal desiderio della verità, ma dal bisogno di liberarsi di tutto ciò che è motivo di inquietudine.
"Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e dalla morte - scrisse - e dal non conoscere i limiti del dolore e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura." Parole che mostrano un certo disprezzo per la curiosità ed il desiderio della conoscenza in sé, come se tutto il bisogno di conoscere nascesse dalla paura dell'ignoto.
Questa massima esprime in modo chiarissimo il pensiero fondamentale di Epicuro circa scienza e filosofia. Il loro compito esclusivo è liberare gli uomini dalla superstizione, in primo luogo dal timore degli dei e del soprannaturale. Poi dal timore della morte. "Gli dei non si occupano delle faccende umane." "...quando ci siamo noi, la morte non c'è. Quando c'è la morte, non ci siamo noi." Così, nella lettera a Meneceo, uno dei pochi scritti di Epicuro che possediamo per intero, viene risolto laconicamente il problema.

«Abìtuati a pensare che per noi uomini la morte è nulla - scriveva Epicuro - perché ogni bene e ogni male consiste nella sensazione, e la morte è assenza di sensazioni. Quindi il capir bene che la morte è niente per noi rende felice la vita mortale, non perché questo aggiunga infinito tempo alla vita, ma perché toglie il desiderio dell'immortalità. Infatti non c'è nulla da temere nella vita se si è veramente convinti che non c'è niente da temere nel non vivere più. Ed è sciocco anche temere la morte perché è doloroso attenderla, anche se poi non porta dolore. La morte infatti quando sarà presente non ci darà dolore, ed è quindi sciocco lasciare che la morte ci porti dolore mentre l'attendiamo. Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti: perché per i vivi essa non c'è ancora, mentre per quanto riguarda i morti, sono essi stessi a non esserci. » (1)

Il sapere e la ricerca hanno una finalità pratica; essa non ha un valore in sè, non è il fine dell'uomo, perchè è il benessere dell'uomo il vero fine. Da Aristotele, se è vero che Epicuro frequentò il Liceo quando giunse ad Atene, diciottenne, trasse dunque una visione molto parziale del problema esistenziale. L'uomo di eccellenza non cerca di liberarsi dagli affanni materiali della vita e dalle angosce dell'anima per avere il tempo di studiare e filosofare, ma si limita ad usare questo tempo per fuggire il dolore e trovare il vero piacere, che altro non è che la liberazione del dolore.
Si dice anche che Epicuro frequentò qualche lezione di Senocrate, il successore di Platone alla guida dell'Accademia. Di certo non ne condivise la teoria della conoscenza, teoria per la quale la sensazione è sempre sia vera (per un verso) che fallace ed ingannevole per un altro. Di certo non ne condivise nemmeno la presunta superiorità del vero sapere sull'opinione.
Epicuro, infatti, affermò che la sensazione è sempre vera, ed è l'unica forma di conoscenza che possediamo. In questo fu seguito dagli stoici, che pure contesteranno la sua visione delle cose, evidenziando che la scelta etica si fa per amore della virtù.
Già da queste scarne annotazioni appare quindi che l'etica di Epicuro ha un carattere consolatorio-terapeutico e mirerebbe più ad insegnare una saggezza ed un'arte di vivere che una vera filosofia.
Potremmo pensare che essa fu una risposta ad una sorta di domanda sociale, espressa dall'inquietudine, dall'angoscia e dalla stanchezza. Abituati a pensare che le nevrosi siano un fenomeno del tutto moderno, anzi contemporaneo, forse non abbiamo mai considerato che da quando mondo è mondo l'individuo umano è perseguitato da incertezze, dubbi, paure di ogni tipo, e che molte di queste sono inconsce o rimosse.

Vediamo meglio in cosa consisteva la terapia dell'anima patrocinata da Epicuro.
Scriveva: «Per questo motivo noi diciamo che il piacere è il principio ed il fine di una vita felice. Noi sappiamo che esso è il bene primo, connaturato con noi stessi, e da esso prende l'avvio ogni nostra scelta e in base ad esso giudichiamo ogni bene, ponendo come norma le nostre affezioni. Ma proprio perché esso è il bene primo ed è a noi connaturato, noi non ci lasciamo attrarre da tutti i piaceri; al contrario, ne allontaniamo molti da noi quando da essi seguano dei fastidi più grandi del piacere stesso. Allo stesso modo consideriamo molti dolori preferibili ai piaceri quando la scelta di sopportare il dolore porta con sé come conseguenza dei piaceri maggiori. Tutti i piaceri quindi che per loro natura sono a noi congeniali sono certamente un bene; tuttavia non dobbiamo accettarli tutti. Allo stesso modo tutti i dolori sono un male, ma non dobbiamo cercare di sfuggire a tutti loro. Queste scelte vanno fatte in base al calcolo ed alla valutazione degli utili. Per esperienza sappiamo infatti che a volte il bene è per noi un male ed al contrario il male è un bene. Consideriamo un grande bene l'indipendenza dai desideri non perché sia necessario avere sempre soltanto poco, ma perché se non abbiamo molto sappiamo accontentarci del poco. Siamo profondamente convinti che gode dell'abbondanza con maggiore dolcezza chi meno ha bisogno di essa e che tutto ciò che la natura richiede lo si può ottenere facilmente, mentre ciò che è vano è difficile da ottenere. Infatti, in quanto entrambi eliminano il dolore della fame, un cibo frugale o un pasto sontuoso danno un piacere eguale, e pane e acqua danno il piacere più pieno quando saziano chi ha fame. L'abituarsi ai cibi semplici ed ai pasti frugali da un lato è un bene per la salute, dall'altro rende l'uomo attento alle autentiche esigenze della vita; e così quando di tanto in tanto ci capita di trovarci nell'abbondanza, sappiamo valutarla nel suo giusto valore e sappiamo essere forti nei confronti della fortuna. »

Pierre Hadot nel suo stimolante ritratto della filosofia antica (2) afferma con decisione che il punto di partenza dell'epicureismo sta nell'esperienza della carne: «Grida la carne: non aver fame, non aver sete, non aver freddo; chi abbia queste cose e speri di averle, anche con Zeus può gareggiare in felicità.» (3)
« Qui la carne - scrive Hadot - non è una parte anatomica del corpo, ma in senso quasi fenomenologico e del tutto nuovo, a quanto pare, in filosofia, il soggetto del dolore e del piacere, ovvero l'individuo.»
La carne non è separata e contrapposta all'anima, ma è tutto ciò che la condiziona, la vera fonte della sofferenza e del piacere.
Diventa imperativo liberare la carne dalla sofferenza.
«Per Epicuro - prosegue Hadot - la scelta socratica e platonica dell'amore e del Bene è un'illusione: in realtà l'individuo si muove solo per cercare il proprio piacere e il proprio interesse. Tuttavia il ruolo della filosofia consisterà nel saper cercare in modo ragionevole il piacere, vale a dire nel cercare il solo vero piacere, il semplice piacere di esistere. Tutta l'infelicità, tutto il dolore degli uomini derivano, infatti, dalla loro ignoranza del vero piacere. » (idem)

Gli uomini, dunque, ignorano il vero piacere e sono incapaci di raggiungerlo. La loro perenne insoddisfazione dipende o dal fatto che sono costretti all'astinenza, perchè poveri, o perchè sopraffatti dall'abbondanza, perchè ricchi e spreconi. Non avendo misura, rovinano tutto, sia l'abbondanza che la penuria.
« Si può dire - conclude Hadot - in certo senso, che la sofferenza degli uomini derivi soprattutto dalle loro opinioni vuote, dunque dalle loro anime. La missione della filosofia, la missione di Epicuro, sarà dunque in primo luogo terapeutica: sarà necessario curare la malattia dell'anima e insegnare all'uomo il vero piacere.» (idem)
Secondo Epicuro, esistono piaceri "dolci e lusinghieri", che si propagano nella carne provocando un'eccitazione violenta ed effimera. Ebbene, questi sono da evitare! Perchè cercando queste delizie che non soddisfano mai, l'uomo va incontro al dolore. Questo tipo di apparenti piaceri, è definito come "mobile" o "in movimento".
Ciò che l'uomo deve cercare è al contrario il piacere stabile, "lo stato di equilibrio". Un corpo appagato, raccolto in sé stesso, che non prova fame, sete, freddo.
Scriveva in proposito:« Perchè è in vista di questo che compiamo tutte le nostre azioni, per non soffrire né avere turbamento. Quando noi avremo ciò ogni tempesta dell'anima si placherà, non avendo allora l'essere animato alcuna cosa da appetire come a lui mancante, né altro da cercare con cui rendere completo il bene dell'anima e del corpo. E' allora infatti che abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo perchè esso non c'è; quando non soffriamo non abbiamo bisogno del piacere.»

Abolito il bisogno, sembra dire Epicuro, siamo in grado di intendere qualcosa che non sempre è a portata di mano: il piacere di esistere.
Questo è lo straordinario ed era già presente in noi, solo che non ne eravamo consapevoli.
Hadot non manca di far notare come Rousseau riprenderà questo pensiero nelle Fantasticherie del passeggiatore solitario.
«Di che si gioisce in una situazione simile? Nulla a noi estraneo, nulla se non noi stessi e la nostra esistenza, finchè questo stato dura siamo autosufficienti come Dio.» (4)

Prenderla come una rivelazione, oppure cercare di verificarne il fondamento in noi stessi?
A chiunque sarà capitato di attraversare momenti simili. Ma in genere, solo pochi non saranno caduti nella tentazione di riempire il vuoto apparente con un pensiero, una volontà, o appunto un desiderio. Non si capisce veramente Epicuro se non si prova a rimanere in questo vuoto. Gli uomini, cioè tutti noi, sono tormentati da appetiti e solo una parte di essi sono naturali e rispondono ad un reale bisogno della carne. Diceva Epicuro che non sono naturali né necessari, ma prodotti da opinioni vuote, desideri senza limiti di ricchezza, gloria, immortalità e godurie effimere.
Bisogna dunque praticare un'ascesi, annullando quei desideri che non danno la pace dell'anima ma la rendono inquieta.


La fisica di Epicuro
La minaccia più grande alla felicità raggiunta è il timore della morte.
Per vincerla, non basta quanto già detto sopra. Occorre un po' di fisica. Sì, gli dei esistono, dice Epicuro - ma non hanno alcuna preoccupazione di come vanno le cose quaggiù. Non governano il mondo, non son loro che fan piovere e provocano terremoti. I fenomeni naturali hanno origini naturali.
Epicuro era rimasto attratto irresistibilmente dalla spiegazione fisica di Democrito. E la fece parzialmente sua, senza approfondirla o discuterla in modo significativo. Ma vi introdusse una variazione rivoluzionaria con un'affermazione che si opponeva al dogmatismo di Democrito e Leucippo circa la necessità e il fato. Nulla avveniva a caso, secondo la vecchia scuola atomista. Ma questa era una negazione della libertà umana, che invece Epicuro rivendicava.
Proviamo a spiegare.
Il mondo non è stato creato da una potenza divina - dice Epicuro - il mondo è eterno. Dal non-essere non può venire qualcosa. L'universo eterno è quindi costituito dai corpi pieni e dallo spazio, ovvero il vuoto, che sarebbe il non essere. I corpi che possiamo vedere e toccare sono il risultato di una composizione di atomi, cioè parti indivisibili ed eterne a loro volta, di numero enorme ma non infinito. Il loro movimento non corrisponde ad un disegno provvidenziale e finalistico.
Gli atomi cadono nel vuoto, e non appena deviano di un minimo dalla loro traiettoria si incontrano tra loro formando corpi composti.
Il movimento e le modificazioni della realtà, si spiegano con l'incessante movimento degli atomi. Ciò che nasce e ciò che muore e si decompone è il risultato di questo movimento invisibile.
Secondo Epicuro, esistono infiniti mondi (il che pare una contraddizione rispetto alla precedente affermazione sul numero degli atomi, che ho preso dall'Abbagnano) e sono soggetti a nascita e morte, esattamente come diranno anche gli stoici, probabilmente sotto la stessa influenza di dottrine orientali importate dall'India durante le campagne di Alessandro Magno.

Epicuro non spiega il motivo della deviazione degli atomi e del loro comporsi in forme che sono l'anima dei viventi (come dicevano gli aristotelici). E quantomeno noi moderni non siamo venuti in possesso di scritti e testimonianze che portino ad una spiegazione del tipo attrazione o repulsione. Si limita ad affermare che ogni atomo possiede una sorta di principio di spontaneità interna che lo rende libero di deviare.
In Epicuro, dunque, il caso prevale sulla necessità, e di questo caso non si può avere scienza se non, appunto, una scienza limitata alla sua constatazione.
Cosa avviene con la morte?
Che noi non siamo più noi stessi, perchè gli atomi che ci compongono si scindono e tornano liberi. Noi ci siamo più, e quindi la morte non ci riguarda.
Negazione che l'anima sopravviva al corpo e negazione che possa esistere un'anima che non è corpo, nemmeno della specie più sottile come diranno gli stoici. Anche l'anima è un corpo composto di atomi più piccoli e mobili, ed anch'essi con la morte si scompongono e tornano liberi.
E' qui che la forza terapeutica della filosofia epicurea vacilla clamorosamente, perchè la più grande consolazione dell'anima è appunto la speranza nella vita eterna.
Ed è, in fondo, questa stessa speranza che ci tiene aggrappati alla vita, che ci da la forza di continuare ad esistere.
Non sarà un caso che i seguaci di Epicuro spariranno più velocemente di quelli delle altre scuole filosofiche. La capacità di presa di una simile teoria fisica non era grande né nei confronti degli spiriti scettici ma curiosi, né nei confronti dei più disponibili ad un percorso di evoluzione spirituale.
Allora, come ora, del resto, la domanda di spiritualità trovò risposte più appaganti nello stoicismo e nelle nuove religioni. Il cristianesimo era per così dire già nell'aria, pur mancando ancora quasi trecento anni all'appuntamento con la storia.
Ottimo nell'affermare il valore della vita materiale ed il suo senso, anche se l'analisi manca di evidente profondità circa i sentimenti ed un ragionamento sul dolore che nasce dalla purezza del sentimento, dall'attaccamento alla famiglia, alla donna, ai figli, alla patria ed a tutto quello che non è strettamente piacere sensibile, Epicuro non concepì il valore della vita oltre la vita. Non ci arrivò e non possiamo certamente fargliene una colpa. Il suo era un razionalismo limitato, probabilmente un po' arido. La vera ragione è più ragionevole nel senso che accoglie e comprende anche le ragioni del sentimento e della speranza.

Contro idee certamente diffuse ai suoi tempi ed anche il comune sentire popolare, Epicuro assunse una precisa posizione contro il presunto intervento divino nel mondo. Prendendo spunto dall'esistenza del male, egli affermò: «La divinità o vuol togliere i mali e non può, o può e non vuole o non vuole né può o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; e la divinità non può esserlo. Se può e non vuole, è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se non vuole e non può, è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se vuole e può (che è la sola cosa che le è conforme) donde viene l'esistenza dei mali e perchè non li toglie?»
Ragionamento che non fa una grinza rispetto a scenari generali, ma che tuttavia non pare efficace sul destino dei singoli, giacchè anche ai greci pagani era evidente che preghiera e diversi atteggiamenti potevano cambiare la vita delle persone e persino il loro destino.
E sarà su questo che gli stoici faranno leva, pur asserendo che il destino generale del mondo è necessariamente immutabile.

La canonica o il criterio della verità
Anche per quanto riguarda quella che potremmo chiamare logica epicurea, si possono notare alcune anticipazioni dello stoicismo. Infatti, anche per Epicuro la sensazione è sempre vera. La diversità risiede nel fatto che Epicuro fondava la sensazione sulla teoria atomistica, cioè sul flusso di atomi che si staccano dalla superficie delle cose. Il flusso produce immagini simili alle cose che le hanno prodotte e noi percepiamo le immagini. Ma, a questo punto, Epicuro introduce un elemento di novità asserendo che dalle sensazioni derivano rappresentazioni fantastiche, ovvero combinazioni di immagini diverse, non sempre realistiche (ad esempio l'accostamento di uomo e cavallo che produce il centauro), emozioni (cioè il senso del piacere e del dolore) ed anche ricordi conservati nella memoria.
Questo mix di sensazioni semplici, rappresentazioni fantastiche, emozioni e ricordi forma l'insieme di concetti generali o idee, che per Epicuro hanno soprattutto la funzione di fornire anticipazioni sul futuro.

Per Epicuro la sensazione è dunque il criterio fondamentale della verità, e sembrerebbe così evidente che la partita con l'eleatismo veniva chiusa in modo del tutto materialistico e realistico. Anche i concetti, derivando dalle sensazioni e dalle emozioni, non possono portare ad errore. Dove piuttosto, secondo Epicuro, ci si può fatalmente sbagliare è sulle opinioni. Esse saranno vere solo se confermate dalla testimonianza dei sensi, il che porta ad un empirismo ed anche ad un primo abbozzo della teoria della verifica. Questo frutto era dolce ieri, è dolce oggi, lo sarà anche domani? Vedremo....Però, la mia esperienza mi porta ad anticipare e fare una previsione ragionevole... lo sarà anche domani.

Ovviamente, Epicuro ammise che col ragionamento si possono conoscere anche cose nascoste od inarrivabili alla sensazione stessa, ma saranno i suoi discepoli a sviluppare una teoria del ragionamento induttivo. Nello scritto di Filodemo Sui segni, scopriremo infatti che gli epicurei ammettevano l'inferenza per analogia, muovendo dall'esperienza e quindi dalla sensazione. Se tutti gli uomini che abbiamo conosciuto sono mortali, che bisogno c'è di un approfondimento ulteriore, come richiederanno gli stoici, ovvero la necessità di stabilire che gli uomini sono mortali in quanto uomini?

Sarebbe tutto ok, se, una volta compresa l'importanza di questo realismo fisico, non distante da un senso comune piuttosto diffuso anche negli ambienti più superstiziosi, qualcuno non si fosse però domandato su quali basi si dovesse fondare l'atomismo, cioè la teoria fisica fondamentale degli epicurei.
Lo sconcerto che può prendere è certamente giustificato, perchè l'atomismo non può ritenersi frutto di una sensazione, ma di un ragionamento sull'essere e il non essere, il pieno ed il vuoto, che non ha un immediato riscontro nella realtà, e che non poteva nemmeno essere verificato ai tempi di Epicuro. Qualcuno ha mai provato a prendere degli atomi con le mani e metterli assieme per vedere se si riesce a fare, non dico un uomo, od un cane, ma solo una ciotola o una pietra?
Obiezioni di questo tipo non dovevano essere infrequenti, anche se la storiografia filosofica non le riporta.
Tra la fisica epicurea e la logica epicurea stessa vi era quindi una grossa contraddizione, a meno che non venisse ammesso che la stessa teoria fisica fosse il risultato di una intuizione intellettuale e non di una somma di esperienze empiriche.

L'etica
Praticamente abbiamo già anticipato molto dell'etica epicurea nell'introduzione. Molti sostengono che essa derivi direttamente dalla scuola cirenaica, ed in particolare da Aristippo, allievo di Socrate. Cerchiamo il piacere ed evitiamo il dolore, questa è la lampada che illumina le nostre scelte.
Ma il vero piacere è quello stabile, ed esso è prodotto non già da sensazioni ed emozioni piacevoli, ma dal tenere lontana la sofferenza. Il vero piacere sta dunque nell'atarassia, ovvero l'imperturbabilità.
Dunque vi fu in realtà una punta polemica con i cirenaici, i quali sostennero piuttosto una dottrina del "cogli l'attimo" perchè ciò che conta è il presente.
Diversamente, Epicuro insegnò a distinguere tra bisogni naturali e superfluo. Anche tra i bisogni naturali egli distinse tra quelli realmente necessari e quelli no.
Solo alcuni bisogni naturali e necessari vanno soddisfatti per avere la felicità. Altri vanno soddisfatti per la salute del corpo.
I desideri non naturali vanno rimossi.
«Quando dunque diciamo che il piacere è il bene completo e perfetto, non ci riferiamo affatto ai piaceri dei dissoluti, come credono alcuni che non conoscono o non condividono o interpretano male la nostra dottrina; il piacere per noi è invece non avere dolore nel corpo né turbamento nell'anima.
Infatti non danno una vita felice né i banchetti né le feste continue, né il godersi fanciulli e donne, né il godere di una lauta mensa. La vita felice è invece il frutto del sobrio calcolo che indica le cause di ogni atto di scelta o di rifiuto, e che allontana quelle false opinioni dalle quali nascono grandissimi turbamenti dell'animo.
La prudenza è il massimo bene ed il principio di tutte queste cose. Per questo motivo la prudenza è anche più apprezzabile della filosofia stessa, e da essa vengono tutte le altre virtù. Essa insegna che non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non v'è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, e questa è inseparabile dalle virtù.
E adesso dimmi: pensi davvero che ci sia qualcuno migliore dell'uomo che ha opinioni corrette sugli dèi, che è pienamente padrone di sé riguardo alla morte, che sa sino in fondo che cosa sia il bene per l'uomo secondo la sua natura e sa con chiarezza che i beni che ci sono necessari sono pochi e possiamo ottenerli con facilità, e che i mali non sono senza limiti, ma brevi nel tempo oppure poco intensi? » (dalla lettera a Meneceo)
Tra i consigli della prudenza, Epicuro metteva anche quello di astenersi dalla vita politica, forse più nel senso di accantonare le ambizioni che nel senso di coltivare l'interesse per i problemi. Il precetto di "vivere nascosto" per essere felice e tranquillo fece comunque molta strada ed è parte integrante di una saggezza popolare mai tramontata.

La scuola epicurea e la sua eredità
La scuola aperta da Epicuro aveva sede in un giardino. Epicuro era molto venerato, quasi come un dio, e Seneca riporta un precetto considerato basilare nella scuola: "comportati sempre come se Epicuro ti vedesse."
Molta importanza avevano la vita in comune, l'amicizia, il dono di sé in squisita compagnia. Una delle massime epicuree più famose fu ripresa nientemeno che da San Paolo (non viene il dubbio che l'apostolo si sia confuso?) il quale la mise pari pari in bocca a Cristo. Diceva Epicuro:" E' non solo più bello ma anche più piacevole fare il bene che riceverlo."
Lo stesso Seneca colse un dato importante, ovvero che l'epicureismo godette di un certo successo solo finchè fu vivo il maestro. La forza d'attrazione era dovuta più alla personalità di Epicuro che all'oggettività della teoria. Tant'è vero che già nel I° secolo il Giardino venne chiuso.
Comunque sia, la scuola di Epicuro, sotto l'impulso del suo fondatore conobbe un certo successo.
Al giardino erano ammesse anche le donne, ed alcune divennero anche famose come Temista e l'etera Leonzia ( o Leontina) che pare abbia scritto un testo polemico contro Teofrasto, il successore di Aristotele alla guida del Liceo.
Filodemo, di cui abbiamo parlato, fu uno dei discepoli più produttivi, attivo a Roma ai tempi di Cicerone ed autore di testi quali RetoricaSui segniIl buon re secondo Omero, Sulla musicaSulla pietà.
Filodemo polemizzò con gli stoici ed anche con la scuola aristotelica. Lo scritto Retorica contiene una critica della retorica aristotelica, cui oppose il metodo induttivo ed analogico.
Ma fu il poeta Lucrezio l'epicureo più famoso del mondo antico e forse il vero tramite della trasmissione ai posteri delle dottrine del maestro. La sua opera De rerum natura, peraltro non ultimata, è forse uno dei classici più letti e considerati nella storia dell'umanità, e si mostrò particolarmente fedele alla dottrina originaria.
Lucrezio, descritto come temperamento passionale, si suicidò (più da stoico che da epicureo) a soli 44 anni.

Nel II° secolo d.C. apparve probabilmente l'ultimo degli epicurei antichi, Diogene di Enoanda in Asia Minore.
Comunque, bisognerà arrivare in epoca moderna, a Gassendi, perchè la filosofia epicurea ritorni in qualche modo agli onori della cronaca e della storia. Nel mondo antico, specie per l'avvento dello stoicismo e per il successivo imporsi di dottrine neoplatoniche, nuove religioni ed infine il cristianesimo, non ebbe molta fortuna e molti seguaci.


note:
1) Epicuro - Lettera a Meneceo
2) Pierre Hadot - Che cos'è la filosofia antica? - Einaudi
3) Epicuro - Lettere, massime sentenze -
4) J.J. Rousseau - Le fantasticherie del passeggiatore solitario - Quinta passeggiata - in Scritti Autobiografici - Einaudi